VEGETOTERAPIA CARATTERO-ANALITICA1 Genovino Ferri*, Marilena Komi+, Xavier Serrano-Hortelanox

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Il termine Vegetoterapia Carattero-Analitica fu coniato da Wilhelm Reich (1897-1957) nel 1935 a Oslo, in Norvegia, e descrive il suo metodo per la pratica della psicoanalisi. Egli introdusse modifiche significative sia nella concezione del setting che negli strumenti clinici usati. Ciò avrebbe creato successivamente le basi per le cosiddette psicoterapie a orientamento corporeo.

La Vegetoterapia Carattero-Analitica è basata sulla teoria psicodinamica e introduce la corporeità del paziente come un terzo elemento nel setting psicoterapeutico. Il corpo del paziente acquista un valore diagnostico, con informazioni ottenute dal linguaggio del corpo (la parola carattere etimologicamente significa segno inciso, inciso dalle relazioni oggettuali nelle sette aree corporee corrispondenti, dette anche livelli) e ciò rappresenta una linea guida terapeutica. Gli organi di senso danno accesso alle funzioni psichiche e, insieme all’analisi dei tratti caratteriali del paziente, forniscono insight che poi suggeriscono esperienze correttive. Tutto questo accade all’interno del setting psicoterapeutico e nel contesto della relazione intersoggettiva più appropriata.

Contesto storico

Reich s’interessò di sessuologia negli anni ’20 del 1900, verso la fine dei suoi studi di neuropsichiatria a Vienna, in Austria. Fu affascinato da Sigmund Freud e il suo approccio alla psicoanalisi s’indirizzò in quella direzione fin da un’età molto giovane. Fu inoltre influenzato dalle idee del filosofo vitalista Henry Bergson, dalla teoria di Karl Marx e da molti altri contributi culturali e scientifici del tempo. Tra questi la connessione tra emozioni e movimenti del corpo (Elsa Ginder e Elsa Linderberg), le tecniche di rilassamento di Edmund Jacobson e Johannes Heinrich Shultz e le ricerche mediche sul sistema nervoso autonomo (vegetativo) portate avanti da A. Muller e dal suo gruppo all’Università di Leipzig.

I risultati di Muller aiutarono Reich a comprendere l’influenza dello psichismo e degli affetti, o umori, in diversi disordini patologici, cosa che condusse più tardi a ulteriori sviluppi della medicina psicosomatica.

Reich si unì al circolo psicoanalitico di Vienna ma dopo pochi anni si spostò a Berlino, attratto dai movimenti politici e sociali che lì stavano iniziando, prima che Adolf Hitler andasse al potere. Questi eventi misero la comunità psicoanalitica in una posizione molto delicata. Si sentiva a disagio rispetto alle convinzioni politiche radicali di Reich e questo portò all’espulsione di Reich dall’appena fondata Società Psicoanalitica Internazionale.

Perseguitato dai nazisti, Reich trovò rifugio presso un gruppo di psicoanalisti norvegesi, tra cui Ola Raknes e Nic Waal. Reich si stabilì ad Oslo dal 1935 al 1939, dove sviluppò il suo contributo alla psicoanalisi, denominato più tardi Vegetoterapia Carattero Analitica. Il termine verrà cambiato poi in Orgonoterapia Carattero Analitica, durante il suo periodo negli Stati Uniti, dove emigrò nel 1939 quando la guerra si propagò nel Nord Europa.

Reich, a differenza di Freud, non incluse una descrizione dettagliata del suo approccio clinico nei suoi scritti. Dopo la sua morte ci furono diverse interpretazioni delle sue teorie, molte persone reclamarono di essere i continuatori del suo lavoro e altri presero alcuni aspetti del suo approccio clinico e svilupparono nuove tecniche come il Rolfing, la bio-respirazione e l’urlo primario.

Qualche decina di anni fa fu fondata l’Associazione Europea di Psicoterapia Corporea (European Association for Body Psychotherapy, EABP), rappresentativa dei vari approcci nati dal lavoro di Reich, inclusa l’Analisi Bioenergetica, la Biosintesi, l’approccio Biodinamico, la Somatoterapia e altri, oltre alla Vegetoterapia Carattero Analitica.

La Vegetoterapia Carattero Analitica continuò il suo sviluppo e la sua evoluzione grazie al contributo di collaboratori e diretti discepoli di Reich. Ola Raknes, pochi anni prima della sua morte nel 1975, sponsorizzò la creazione del primo istituto di training chiamato Scuola Europea di Orgonoterapia (S.E.Or.), il cui presidente fu il neuropsichiatra italiano Federico Navarro (1924-2002), allievo e collaboratore di Raknes.

Il lavoro di Navarro nel creare un sistema di metodologia clinica fu completato con il contributo di suoi allievi e colleghi, come Jean Loic Albina in Francia e Genovino Ferri in Italia. Ferri ha integrato la Vegetoterapia Carattero Analitica con l’analisi del carattere della relazione, definendo la relazione come terzo sistema complesso vivente nato dal dialogo tra i tratti dell’analista e i tratti del paziente. Altri contributi provengono da Markus Valimaki in Finlandia, Clorinda Lubrano in Grecia, Bjorn Blumenthal in Norvegia e Xavier Serrano-Hortelano in Spagna. Serrano-Hortelano ha creato un metodo di diagnosi differenziale strutturale, che permette l’applicazione della metodologia in accordo con la struttura del paziente (nevrotico-adattativo, border-line o psicotico mimetico), così come un metodo psicosociale focalizzato conosciuto come “Psicoterapia Breve Carattero Analitica ”.

Oggi ci sono istituti di training per la Vegetoterapia Carattero Analitica in Francia, Norvegia, Finlandia, Italia, Grecia, Spagna, Brasile, Cile e Messico.

La Vegetoterapia Carattero Analitica è stata riconosciuta come una metodologia scientifica dall’associazione europea di psicoterapia (European Association for Psychoterapy).

Fondamenti teorici

Lo scopo clinico per il paziente è recuperare l’identità del suo Io, che è stata soffocata da meccanismi di difesa psicologici o somatici stabilitisi durante un’infanzia piena di carenze e repressioni che hanno limitato il processo di crescita.

Per questa ragione è necessario che il paziente recuperi la sua abilità di sentire piacere e ripristini la pulsazione energetica, che regola l’organismo e ristabilisce la salute psicosomatica.

Per ottenere questo, il paziente deve raggiungere un equilibrio nel sistema nervoso autonomo (vegetativo), attraverso l’analisi e la scomposizione del carattere, che è definito come l’armatura muscolare dell’ego (l’identità funzionale corpo mente). Nel suo lavoro La funzione dell’orgasmo, pubblicato nel 1927, Reich scrisse che, rilassando gli atteggiamenti cronici caratteriali, si ottengono delle reazioni nel sistema nervoso vegetativo. Dichiarò inoltre che ci possiamo liberare non solamente degli atteggiamenti caratteriali cronici ma anche di quelli muscolari corrispondenti. In questo modo parte del lavoro si sposta dal campo psichico e caratterologico all’immediato smontaggio della corazza muscolare.

Reich considerò la nevrosi non solamente come l’espressione di un disturbo dell’equilibrio psichico ma anche, in un modo molto più profondo e ben giustificato, l’espressione di un disturbo cronico dell’equilibrio vegetativo e della mobilità naturale. Da questa prospettiva la struttura psichica è quindi una determinata struttura biofisica.

All’interno del setting di Vegetoterapia Carattero Analitica, che è stato influenzato da Sandor Ferenczi, lo psicoterapeuta adotta un ruolo più attivo ponendosi accanto, invece che dietro al paziente, senza per questo abbandonare la sua posizione neutrale. Lo psicoterapeuta inoltre introduce all’interno della dinamica analitica l’importanza degli atteggiamenti spontanei e di alcuni aspetti corporei del paziente, come la maniera del paziente di respirare o le sue rigidità muscolari. Lo psicoterapeuta è poi in grado di intervenire prontamente se necessario, per esempio attraverso l’applicazione di pressioni o massaggi focalizzati.

Reich sottolinea che è sorprendente vedere come la scomposizione di una contrattura muscolare non solamente liberi energia vegetativa ma anche riproduca nella memoria la situazione in cui la repressione ha avuto luogo. Egli sostiene che ogni contrazione muscolare contiene la storia e il significato della sua creazione originale.

Egli percepì che ci sono modi molto diversi di organizzare i meccanismi difensivi del corpo e tuttavia concepì la relazione terapeutica come un processo dinamico. Fu un pioniere nella descrizione della patologia borderline, dell’armatura difensiva segmentata della personalità nevrotica e della scissione percettiva ottica dello psicotico. Diede grande importanza allo sviluppo del transfert negativo come primo passo necessario per raggiungere un reale transfert positivo.

I principali concetti

La maggior parte dei concetti principali è stata descritta nella sezione dei Fondamenti Teorici e includono il recupero dell’identità dell’ego, che è stata soffocata da meccanismi di difesa psichici o somatici; la relazione tra atteggiamenti caratteriali e risposte muscolari; il raggiungimento di un equilibrio del sistema nervoso autonomo (vegetativo), attraverso l’analisi e la scomposizione del carattere e l’importanza di massaggi focalizzati e di applicazioni di pressioni per il rilascio delle tensioni.

Tecniche

La Vegetoterapia Carattero Analitica venne specificatamente sistematizzata da Ola Raknes e Navarro e correlata ai sette livelli corporei identificati da Reich: 1) occhi, orecchie, naso; 2) bocca; 3) collo; 4) torace e braccia; 5) diaframma; 6) addome; 7) bacino e gambe.

Navarro assemblò le principali tecniche reichiane che denominò acting e introdusse ulteriori tecniche, specificandone i criteri per usarle correttamente (tempo, ritmo, direzione) e sviluppando una metodologia clinica.

La Vegetoterapia Carattero Analitica agisce sul sistema nervoso autonomo (vegetativo), sul sistema muscolare, sul sistema neuro-endocrino e sulla pulsazione energetica – espressioni dirette della vita emotiva, affettiva e istintiva.

Ciò tende verso la riarmonizzazione di questi sistemi. Induce fenomeni neuro vegetativi ed emozioni, che rappresentano espressioni del linguaggio del corpo che sono essenziali per comprendere gli aspetti del carattere. La verbalizzazione delle sensazioni, delle emozioni e le associazioni prodotte, così come l’interpretazione delle relazioni significative con gli oggetti parziali delle rispettive fasi evolutive della storia del paziente, rappresentano una evoluzione successiva di questo metodo.

Essere in sintonia con il linguaggio del corpo

In particolare il linguaggio del corpo è il messaggio più significativo nel setting psicoterapeutico reichiano. Questo accompagna tutti gli altri dati sul come la persona esprime se stessa: dai sogni ai lapsus, dai simboli alle metafore, dalla vita immaginativa alle fantasie liberatorie e dal tipo di pensiero al tratto caratterologico che lo sostiene.

Acting

La Vegetoterapia Carattero Analitica investiga il corpo nella sua espressione psichica significativa attraverso esercizi, chiamati acting, che agiscono sui sette livelli corporei. Vengono specificamente selezionati e agiti successivamente dal paziente, che sperimenterà un’evoluzione psico-affettiva. Gli acting riproducono i movimenti ontogenetici naturali, movimenti che si verificano nei rispettivi livelli corporei che prevalgono durante le fasi evolutive.

Gli acting riportano il come delle relazioni con gli oggetti parziali così come sono state incise nel livello corporeo del Sé in quel tempo e in quella fase, ma determinano anche degli insight. Suggeriscono inoltre la possibilità di una nuova relazione oggettuale nel presente. Gli acting connettono il lì e alloracon il qui ed ora, la profondità con la superficie, l’inconscio con il conscio, la memoria implicita con la memoria esplicita, informando, formando e riformando la mente. Aumentano la cognizione e il sentire determinando una maggiore intelligenza della mente.

Durante l’esecuzione degli acting di Vegetoterapia diamo la priorità al sentire piuttosto che al pensare e dunque rispettiamo l’organizzazione dell’evoluzione dell’essere umano. Un progetto terapeutico analitico mira a dare alla persona la capacità di maneggiare la sua armatura difensiva e la sua combinazione caratterologica.

Processo Terapeutico

libro Theory in Conuseling an PsychotherapyDal suo scritto sul masochismo, nel 1927, che fu successivamente incluso nell’Analisi del carattere, Reich inizia l’integrazione dell’analisi del carattere con la Vegetoterapia a livello clinico. Egli inizialmente facilita l’emergere del materiale analitico (insight), puntualizzando il modo in cui i pazienti si presentano durante le sessioni (tono di voce, gesti come l’incrociare le gambe o il guardare lontano o l’arrossire), così come atteggiamenti più permanenti (compulsivi, masochistici, fallici o isterici).

Si focalizzò inoltre sulle rigidità muscolari croniche (del collo, del torace, del bacino) che influenzano la postura corporea e il suo funzionamento interno, stabilendo una tendenza alla contrazione e all’ansietà (una predominanza della parte simpatica del sistema nervoso vegetativo) con conseguente squilibrio bioenergetico e psicosomatico.

In alcune situazioni stimolò l’uscita della voce, aumentò la profondità del modo di parlare, modificò il modo di guardare, qualche volta anche suggerendo di rimanere in silenzio, al fine di provocare emozioni nel paziente che erano correlate alle paure (anche inconsce), alla tristezza o alla rabbia. Smantellando i meccanismi di difesa e le rigidità segmentate stratificate della corazza difensiva, si poteva giungere ad una più globale esperienza involontaria che emergesse del processo terapeutico. Un’esperienza di questo tipo è il riflesso dell’orgasmo, cioè un sottile movimento involontario del corpo intero, quando un paziente, sdraiato sul lettino, raggiunge la capacità di respirare appieno e di rilassare le tensioni muscolari croniche.

Reich considerò questi come segni obiettivi di progresso verso il raggiungimento degli obiettivi clinici, sottolineando come il rendere le difese e la corazza più flessibili e mobili sia un processo molto delicato, dato che queste sono parte dell’identità del paziente.

Per questa ragione, a parte altre considerazioni, nel rilassare i sette segmenti corporei funzionalmente correlati si dovrebbero seguire attenti passaggi consecutivi in direzione cefalo-caudale (cioè dalla testa ai piedi).

Nella Vegetoterapia Carattero Analitica gli interventi normalmente partono dal primo livello corporeo (occhi, orecchie e naso) fino al settimo (bacino e gambe), tenendo a mente che tutti i livelli sono interrelati e che gli interventi parziali non sono efficaci. Allo stesso tempo è necessario integrare l’esperienza emozionale attraverso un’elaborazione analitica della relazione paziente-terapeuta.


Bibliografia
  • Ferri, G. & Cimini, G. (2012). Psicopatologia e Carattere, L’Analisi Reichiana: la psicoanalisi nel corpo ed il corpo in psicoanalisi. Roma: Alpes Editore.
  • Navarro, F. (1989). La vegetoterapia caracteroanalítica. Revista Somathotherapies et Somatologie Strasbourg.
  • Navarro, F. (1988). La somatopsicodinamica. Pescara: Il Discobolo Edizioni. -(1989). La Somatopsicodinámica. Valencia: Publicaciones Orgón.
  • Navarro, F. (1991). Caratterologia postreichiana. Palermo: Nuova Ipsa Editore.
  • Reich, W. (1973) L’analisi del carattere. Milano: Sugar Ed. – (1972). Character analysis. Ed. The Wilhelm Reich Trust Fund. (original work published in 1933)
  • Reich, W. (l969) La funzione dell’orgasmo. Milano: Sugar Ed. – (2007). The function of the orgasm. New York: Farar, Straus & Giroux. (original work published in 1927)
  • Serrano, X. (2011). Profundizando en el diván reichiano. La Vegetoterapia en la psicoterapia caracteroanalítica. Madrid: Edit.Biblioteca Nueva.

[1] Traduzione italiana di Edoardo Pera della voce “Characteranalytical Vegetotherapy” dell’Enciclopedia The SAGE Encyclopedia of Theory in Counseling and Psychotherapy, 2015, SAGE Publications, Inc.
* Psichiatra, Analista S.I.A.R., Direttore della Scuola Italiana di Analisi Reichiana. Membro dell’Accademia delle Scienze di New York e del Comitato Scientifico Internazionale di Psicoterapia Corporea.
+ Cofondatrice del centro “Wilhelm Reich” di Atene e di Chania (Creta), membro EABP, Insieme a D. Markaki gestisce l’Istituto greco di Vegetoterapia e analisi del carattere(EINA).
x  Psicoterapeuta, Direttore della Scuola Spagnola di Terapia Reichiana ( ESTER).

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Per saperne di più sulla Vegetoterapia…

UN ACTING DI VEGETOTERAPIA: IL PUNTO FISSO1
NEL MODELLO ANALITICO REICHIANO

Rossella Dolce*

LA VEGETOTERAPIA CARATTERO-ANALITICA

La VegetoTerapia Carattero-Analitica è una metodologia introdotta da Wilhelm Reich (Reich, 1932) a partire dalla constatazione dell’unità indissolubile corpo-psiche e sistematizzata prima da Ola Raknes e Federico Navarro (Navarro, ried. 1998) e successivamente da Genovino Ferri e dalla S.I.A.R. (Società Italiana di Analisi Reichiana) da lui diretta.

E’ una terapia che va ad influire sul sistema neurovegetativo, da qui il suo nome, utilizzando principalmente il corpo con specifici movimenti per lo più filo-ontogenetici (acting).

Subito dopo l’esperienza dell’acting il terapeuta chiede al paziente di verbalizzare le sensazioni avute, le emozioni provate e le libere associazioni fatte durante l’attivazione, perché tutti i sistemi della persona (nervoso, endocrino, neurovegetativo, limbico, corticale, motorio…) sono sempre in connessione e in interrelazione fra loro. Attivarne uno significa poter aver possibile accesso agli altri.

Se, per esempio, io muovo una mano sto agendo un movimento corporeo, ma contemporaneamente in questo movimento è presente una intenzionalità affettiva: voglio dare una carezza o uno schiaffo? Nello stesso movimento è presente anche un’emozione: di tenerezza, di rabbia o di aggressività?

Attraverso un acting di Vegetoterapia, con uno specifico movimento, posso attivare un’emozione, o un ricordo o posso stimolare una rappresentazione psichica. Inoltre posso lavorare sulla storia evolutiva della persona, sulla sua freccia del tempo, poiché ogni acting di Vegetoterapia è in relazione con una delle fasi evolutive che la persona attraversa. Esse sono: la fase intrauterina; la fase oro-labiale; la fase muscolare; la fase genito-oculare 1; la fase genito-oculare 2. Alle fasi evolutive sono associati i corrispondenti livelli corporei, che Reich ha individuato, ma che la S.I.A.R. ha ridefinito relazionali, collocandoli sulla freccia del tempo della persona. I livelli corporei rappresentano il primo ricevente della relazione con l’altro da Sè, le aree di risonanza dei vissuti emozionali del lì ed allora, le interfacce periferiche delle fasi evolutive attraversate, puntuali nela dominanza in successione nel tempo. (Ferri, Cimini, 2012, pp. 100-101).

Per cui alla prima fase, quella intrauterina (il tempo della gravidanza) corrisponde il 6° livello (l’addome); alla seconda fase, quella oro-labiale (nascita-svezzamento) corrisponde il 2° livello (bocca); alla terza fase, quella muscolare (svezzamento-3 anni) corrisponde il 4° livello (torace, braccia); alla quarta fase, la genito-oculare 1 (3 anni-11/13 anni pubertà), corrispondono il 3° livello (collo) e il 5° livello (diaframma); alla quinta fase, genito-oculare 2 (pubertà-adolescenza-maturità), corrispondono il 7° livello (bacino) e il 1° livello (occhi, orecchie, naso).

Ogni fase evolutiva che la persona (il Sé) attraversa è caratterizzata da una specifica dotazione energetica ed è influenzata dalle relazioni che il Sé vive con gli altri da Sé (nell’intrauterino la relazione con la mamma/utero; nella fase orolabiale con la mamma/seno; nella fase muscolare con tutto il campo familiare in primis il padre; così nella quarta; nella quinta fase si aggiunge il campo sociale sempre più vasto) (Ferri, Cimini, 2012).

Ogni persona con cui entriamo in relazione veicola caratteristiche affettive, dinamiche, cognitive ed energetiche. Non c’è un momento della nostra storia di esseri umani in cui non viviamo relazioni con un altro da Sé e ciò fin dalla vita intrauterina. Riceviamo imprinting, segni incisi che contribuiscono a creare il carattere rendendolo unico. Il carattere è la somma di tutti i segni incisi, i quali portano la storia segnata nel nostro corpo nella freccia del tempo. Il carattere è la stratificazione del come le fasi evolutive sono state vissute dal Sé (Ferri, Cimini, op. cit.).

Pertanto, quel movimento della mano sarà anche il risultato di una serie di esperienze di relazione vissute dalla persona che sta compiendo l’azione: quante volte sono stata accarezzata? Quante volte ho preso degli schiaffi? Il mio movimento di oggi avrà una modalità di espressione che dipende dalla mia storia personale relativa a questo gesto. Per cui saprò farlo con minore o maggiore tenerezza, con minore o maggiore aggressività. E le esperienze di ogni persona iniziano fin dal suo concepimento, in quel tempo di cui non abbiamo ricordi coscienti, quando non abbiamo ancora le strutture che ci permettono la consapevolezza, ma quando le emozioni e gli eventi si incidono comunque su quella che oggi chiamiamo memoria implicita (Mancia, 2008) del feto e del neonato. Una realtà che ogni psicoterapeuta constata in ogni terapia e ormai ampiamente dimostrato dalle neuroscienze2. Le memorie dei primissimi tempi della nostra vita sono incise nel nostro corpo, e la Vegetoterapia le va a contattare attraverso piccoli movimenti molto specifici, gli acting, che attivano determinati distretti corporei che hanno valenze psichiche molto forti.

Possiamo contattare i primissimi momenti significativi della nostra storia, ricontattare quelle emozioni che sono rimaste bloccate in uno specifico livello corporeo3, in specifici muscoli, in una specifica fase evolutiva della persona.

Ricontattare quelle emozioni attraverso l’esperienza corporea ne permette una elaborazione risolutiva. Già all’inizio della storia della psicoanalisi si era visto che il solo portare a coscienza dei nodi irrisolti non era sufficiente per la guarigione del paziente. Ora sappiamo che è necessario passare “attraverso l’esperienza della percezione corporea” (Gallese, 2013). Questo è l’aspetto analitico della Vegetoterapia, infatti la sua denominazione completa è Vegetoterapia Carattero-Analitica: una terapia che può scendere nell’analisi del profondo e far evolvere i tratti caratteriali della persona.

L’acting del punto fisso

Foto di Susanna PaccardiFoto di Susanna PaccardiUn acting usato in Vegetoterapia è l’acting del punto fisso.

La persona è distesa su un materassino o su un letto con le gambe flesse, i piedi ben poggiati e le braccia lungo i fianchi. La stanza è in penombra. Il terapeuta siede dietro di lei, tenendo ferma una lucetta sopra i suoi occhi, con il fascio di luce non diretto sugli occhi, ad una distanza tale che la persona possa sostenere la convergenza oculare, dove la sua messa a fuoco sia comoda, non faticosa. Generalmente è fra i 15 e i 20 cm. al di sopra della glabella. Ma può accadere che la persona possa convergere comodamente ad una distanza maggiore. In questo caso abbiamo già una prima informazione: il tema della sostenibilità della distanza/contatto per quella persona.

Il terapeuta chiede alla persona di guardare quella piccola luce per 15 minuti, senza parlare e ascoltando le proprie sensazioni, accogliendo le proprie emozioni e i propri pensieri. Al termine dell’acting il vissuto sarà verbalizzato dalla persona al terapeuta e insieme ne faranno una elaborazione.

L’acting del punto fisso è un acting relativo al primo livello reichiano (occhi, orecchie e naso); nel tempo evolutivo della persona si trova in fase oro-labiale (nel post-partum), quando il neonato con occhi ben aperti guarda gli occhi della mamma mentre lei lo allatta. Fisiologicamente il neonato sta esercitandosi alla convergenza oculare; rispetto al suo percorso evolutivo sta iniziando ad entrare sempre più nella costruzione del proprio campo di coscienza, nella formazione del proprio Io. Lavorare con il punto fisso ha la funzione di attivare l’area cerebrale pre-frontale, ovvero il campo di coscienza dell’Io. Pertanto, terapeuticamente, è un acting utile quando la persona è in confusione, si sente dispersa, quando prova ansia, poichè esso permette un aumento di strutturazione; permette alla persona di fare il punto della situazione, quello che sta accadendo a sé e alla propria vita e questo permette con più facilità un abbassamento dell’allarme. E’ un acting che, stimolando la convergenza oculare, aiuta la persona a non perdere gli occhi, a fare il punto su se stessa, risvegliando le sue capacità di presenza, attenzione e concentrazione.

Aiuta a fare una progettualità, a proiettarsi, a strutturarsi. Quella luce che tiene ferma il terapeuta è un punto intorno al quale organizzarsi, è un punto di riferimento per non perdersi nella propria confusione o nelle proprie paure. La luce dà carica, energia, calore, è una guida rassicurante: il terapeuta sta accompagnando la persona a guardarsi e a guardare in quale punto della scena è calata.

Guardare quella luce significa mettere a fuoco l’altro da Sé rispetto a Sé e quindi anche differenziarsi, distinguersi; evidenziare la propria posizione rispetto a quella dell’altro. Individuare l’altro permette di conseguenza di inviduare il proprio Sé.

Emotivamente il neonato incontra gli occhi della sua mamma, i primi occhi che ognuno di noi incontra nella propria vita. Che tipo di occhi sta incontrando? Che tipo di occhi ognuno di noi ha incontrato? Occhi amorevoli? Occhi attenti? Occhi avvolgenti? Occhi sereni? Oppure occhi distratti? Occhi stanchi? Occhi assenti? Occhi vuoti? Al tipo di occhi che la persona ha incontrato corrisponderà un’emozione, un vissuto, una storia di relazione. E questo ci permetterà di utilizzare l’acting in senso analitico. In relazione alla sua storia può accadere che la persona, anziché vivere il punto fisso come un gancio rassicurante, lo viva con una sensazione di fastidio. Se la persona, per esempio, ha un vissuto persecutorio, vivrà la lampadina come un occhio giudicante. La luce può diventare una carica invasiva da cui può scaturire la necessità di difendersi. Allora potremo proporre l’acting senza lucina con lo sguardo che va sul soffitto. La persona guarderà un punto sul soffitto, cercherà attivamente un punto di riferimento visivo, di fronte a sé, così facendo potrà trovare la forza che è in se stessa, poiché quel punto visivo diventerà la proiezione della propria interiorità.

Al termine dell’acting il terapeuta propone alla persona di fare delle smorfie per un paio di minuti, al fine di stimolare i muscoli mimici e permettere una distribuzione dell’energia, concentrata sugli occhi durante l’acting, in tutto il viso.


[1] Il contenuto di questo articolo fa riferimento ad incontri di gruppi di lavoro tenuti alla S.I.A.R., riguardanti laVegetoterapia e gli acting.

[2] Lo psicologo David Chamberlain, in seguito alle sue numerose ricerche, riconosce ai bambini prima della nascita una mente, una personalità e un’anima, indipendentemente dallo sviluppo del cervello. Con Thomas Verny, il suo più stretto compagno di ricerca, ha creato l’associazione Americana di Psicologia Prenatale, Perinatale e salute (APPPAH). Un loro affascinante lavoro riguarda la memoria cellulare: la memoria non è prerogativa solo delle cellule cerebrali, poiché tutte le cellule rispondono a stimoli ambientali producendo proteine che formano ricordi (giornale anpep, anno 15, n° 30, pagine 9-14).

Imbasciati afferma che ”Il funzionamento e la microstruttura del cervello umano non sono dati dalla Natura, ma dipendono dai particolari apprendimenti che progressivamente vanno a costruire le reti neurali di quel singolo cervello. La qualità di tali apprendimenti e pertanto le reti neurali che genereranno il funzionamento mentale di quel singolo individuo e che restano come memoria della sua struttura emozionale, dipendono dal tipo di relazioni che si potranno via via stabilire, a cominciare dalla vita fetale, tra la mente degli adulti che si pre-occupano del nascituro e successivamente si occupano del neonato, e la costruenda mente del bimbo… L’autore ha progressivamente delineato la sua Teoria del Protomentale: il continuato scambio di comunicazioni non verbali, inconsapevoli, che avviene tra madre e neonato, costituisce un dialogo che struttura la mente del bimbo… Questo tipo di apprendimento costituisce la memoria implicita, non cosciente e mai coscientizzabile, averbale, asimbolica, che condiziona lo sviluppo di ogni futuro carattere di quel singolo individuo. (Imbasciati, Cena, 2016)
Bibliografia

  • Chamberlain, D. B. La psiche prenatale: verso una nuova prospettiva. In Giornale anpep, La psiche prenatale. Anno 15, n° 30, pagg. 9-14.
  • Ferri, G., Cimini, G. (2012), Psicopatologia e carattere. Roma: Alpes ed.
  • Gallese, V. (2013), Corpo non mente. Le neuroscienze cognitive e la genesi di soggettività ed intersoggettività in Educazione sentimentale, 20: 8-24.
  • Imbasciati, A., Cena, L. (2016), Psicologia clinica perinatale. Milano:Franco Angeli.
  • Mancia, M. (2008), Psicoanalisi e Neuroscienze. Springer Verlag.
  • Navarro, F. (ried. 1998), Metodologia della Vegetoterapia Carattero Analitica. Roma:Busen ed.

Psicologa, Psicoterapeuta, Analista S.I.A.R.

Copyright © 2012-2017. All Rights Reserved. Pubblicato in Rivista di Analisi Reichina, n1 del 2017, Psicoterapia Analitica Reichiana

per sapere cosa è la psicologia reichiana e chi era W. Reich

WILHELM REICH E IL SECOLO ATTUALE1

Antonella Messina*

 

Wilhelm Reich visse e scrisse nella prima metà del novecento; oltre ad essere uno psichiatra, egli fu un osservatore vivace e critico di società del ‘900 segnate dalla nascita dei totalitarismi e dal loro diffondersi. I pazienti e le masse apparvero ai suoi occhi inspiegabilmente abitati dall’infelicità: i pazienti erano sofferenti e segnati da blocchi corporei che ne impedivano la vitalità, le masse acclamavano chi ignorava e violava i loro diritti. Dal punto di vista della vita, ciò era un fenomeno da indagare: perché un corpo irrigidiva alcune proprie parti e impediva a se stesso di godere della respirazione o del movimento fluido? Perché le masse sceglievano di rinunciare ai propri diritti, alle proprie famiglie, alla propria serenità per andare in guerra? La ricerca filosofica, psicologica, politica di Reich fu avviata nel tentativo di esplorare i processi che portavano l’individuo alla costipazione dei bisogni vitali; la speranza fu di potere poi individuare le vie di liberazione. Reich rintracciò nella repressione sessuale il canale tramite cui la società del tempo instaurava nelle persone un’abitudine incarnata alla rinuncia; negli anni egli portò avanti una ricerca che teneva conto di come la condizione socio-economica e le relative prassi relazionali, partecipavano ai processi di creazione della struttura psico-corporea del singolo.

Nel dare una lettura della società contemporanea intendiamo prendere da Reich l’intenzione di leggere i nessi che intercorrono tra clima socio-economico e struttura caratteriale del singolo. Oggi il clima sociale ed economico è mutato: al dovere della rinuncia è sopraggiunto il dovere del desiderare. Reich aveva osservato una società all’interno della quale i desideri dovevano essere contenuti, repressi e schiacciati. Oggi interagiamo all’interno di una società dove desiderare è un dovere. La repressione sociale che Reich aveva individuato tra le cause dei blocchi corporei ha lasciato il posto ad una comunità all’interno della quale tutto deve essere possibile. I confini dati dalle leggi e dai ruoli hanno lasciato il posto a regole discrezionali.

Date queste differenze storiche, intendiamo interrogarci sugli effetti che l’attuale struttura socio-economica, centrata sull’economia dell’usa e getta, sull’ubiquità tecnologica e sulla logica temporale dell’istantaneo, genera sulla struttura psico-corporea. Del paradigma reichiano intendiamo assumere la ricerca del come sia possibile che l’individuo possa vivere mettendo a tacere la propria vitalità, sviluppando forme corporee che lo limitano nella esplicazione delle forme vitali della presenza, del respiro, della consapevolezza, della relazione.

Diciamo ciò nell’intento di attualizzare una lettura reichiana, interrogandoci su cosa accade nell’unità corpo mente dell’individuo contemporaneo, intento a desiderare, consumare, essere prestante e performativo.

 

Corpo e struttura socioeconomica

Reich pose la questione del rintracciare i movimenti primari e vitali dell’organismo; essi erano per lui la verità: “La verità non è qualcosa per cui sia necessario affaticarsi. Non ci si sforza per far battere il proprio cuore o per muovere le gambe, quindi per lo stesso motivo non è necessario nessuno sforzo o nessuna ricerca per trovare la verità. La verità è in noi e lavora in noi proprio come il cuore o gli occhi, bene o male, a seconda delle condizioni del nostro organismo” (Reich, 1953, p.241). In questa evidenza delle funzioni corporee risiede la verità di Reich e razionale diventa per lui ciò che è secondo la vita. Il tema e i criteri di valutazione reichiani possono essere applicati anche al mondo contemporaneo e possono ancora interrogarci sulle relazioni che intercorrono tra stili di vita contemporanei e razionalità vitale reichianamente intesa.

 

Economia, lavoro e vitalità

Riguardo all’economia, il connubio vitalità e sviluppo è un tema presente in pensatori (alcuni dei quali legati al pensiero della decrescita economica come Serge Latouche) che si stanno interrogando sui rischi di un’economia che produce a ritmi così veloci da consumare se stessa.

Anche sociologia e psicologia stanno valutando modalità e processi autodistruttivi che l’essere umano contemporaneo mette in atto con il proprio lavorare e produrre a ritmi così accelerati da essere sfinito e privato della propria vitalità. Le varie scienze sono concordi sui fatti: i numerosi casi di suicidi sul posto di lavoro, le depressioni frequenti che seguono ad un licenziamento o a ritmi di lavoro sfiancanti, l’incremento di povertà esasperate.

L’attuale clima economico sembrerebbe non lavorare per lo sviluppo della razionalità descritta da Reich: l’essere umano ha dunque per un verso prodotto e per l’altro verso condiviso e co-costruito un’economia tendente a porre in secondo piano lo spirito vitale dell’essere umano[2].

Tornano in mente i concetti di necroeconomia e necropolitica, dello storico camerunense Achille Mbembe, docente all’Università sudafricana di Johannesburg, la cui tesi di fondo è che in questo momento storico la distinzione tra l’essere umano e la merce, tende a sparire e a essere cancellata, senza che nessuno – neri, bianchi, donne, uomini – ne possa sfuggire, poiché una delle forme di violenza del capitalismo contemporaneo consiste nel brutalizzare i nervi (Mbembe, 2016) stremando l’essere umano-consumatore e rendendo invisibile una popolazione di poveri che non possono consumare.

Tornando a Reich, sembrerebbe quindi che la necessità di trattare i temi di un’economia che produce strutture socio-economiche distruttive permane ancora oggi, seppur con forme e manifestazioni psichiche mutate negli anni.

 

Deleghe ed esplosioni delle masse

Gli individui del primo novecento coinvolti nei nazionalismi apparivano repressi e costretti, coinvolti in esplosioni e acclamazioni di leader che accendevano vitalismi nascosti e soffocati, senza davvero risolvere le questioni vitali. L’uomo e la donna di quei tempi avevano trovato nella delega e nell’acclamazione dei nazionalismi un modo, un come, per mettere insieme l’abitudine al soffocamento della libido e la liberazione di pulsioni: le masse chiedevano il cambiamento ed esplodevano in manifestazioni accaldate, senza assumere su di loro i processi di trasformazione del reale. Rimane da vedere in che modo l’uomo e la donna contemporanei hanno elaborato e costruito il proprio equilibrio muovendosi tra desiderio, espressione delle pulsioni e anelito al cambiamento. Christopher Bollas, psicoanalista statunitense, teorizza l’ipotesi di un compromesso contemporaneo raggiunto tra vita e morte, tramite la creazione di personalità normotiche, ovvero di individui che pur essendo profondamente infelici si rifugiano dentro una vita adattata, apparentemente normale. Questi quadri, a suo parere, non sono affatto lontani da quello che in linguaggi più specifici possono essere definiti alessitimia (letteralmente l’impossibilità di dare parola alle emozioni)[3]. L’individuo contemporaneo potrebbe quindi avere accettato il compromesso di adattarsi al principio collettivo di prestazione che, proprio in quanto tale, “esclude di per sé la vita emotiva, il sogno, l’immaginazione, lo slancio, tendenzialmente sempre in perdita secca, del desiderio. Del resto – aggiunge Bollas – avvertire la spinta del desiderio ci espone fatalmente al rischio dello smarrimento. Meglio, allora, mantenersi separati dalla sua forza, escluderla, meglio diventare una macchina efficiente priva di emozioni”[4].

Nel momento in cui intendiamo scrutare i nessi tra l’individuo così inteso e la società, anche il concetto di clinica e di patologia fanno i conti con quello che è il processo del pensare-sentire dentro una società che ha messo in piedi uno stile relazionale alessitimico diffuso e replicante, ovvero potremmo chiederci se dietro questa apparentemente nuova etichetta clinica non dovremmo allora leggere una tendenza che non investe solo la vita individuale ma anche quella collettiva.

 

Sessualità, pensare e sentire

In termini reichiani la questione si pone in merito alle connessioni tra il sentire e il pensare, tra il corpo e la mente, aprendo gli scenari ad una ricerca che possa accompagnare l’essere umano in una consapevolezza del proprio essere mente e corpo. Così, seppur mutati i tempi, i nodi tematici reichiani rimangono attuali: una struttura socio-economica interagisce con individui che desiderano senza sentire il desiderio, senza ricercare la felicità, delegando ad un altro (un consumismo usa e getta) il soddisfacimento di voglie.

In questa ottica anche il desiderio sessuale diviene un desiderio da consumare, una merce di scambio lontana dal mondo emotivo-corporeo.

Il tema dell’orgasmo e della funzione della libido fu caro a Reich: si trattava per lui di uscire fuori dalla pornografia di corpi repressi per entrare nella pratica di relazione profonda, di scambio e di abbandono all’altro. Reich sostenne che eiaculazione e orgasmo non corrispondevano: la prima era possibile anche in presenza di blocchi corporei e coinvolgeva solo i genitali, mentre l’orgasmo era possibile per corpi capaci di abbandonarsi del tutto alla relazione con l’altro e alle contrazioni muscolari, presenti su tutto il corpo. I temi della sessualità e della differenza tra orgasmo ed eiaculazione, incontrano i temi attuali della relazione e della sessualità in un clima sociale caratterizzato dalla disconnessione tra pensare e sentire. Da una parte assistiamo al diffondersi di storie d’amore incorporee che si sviluppano sui social e nei romanzi rosa su community e Wattpad[5]; dall’altra parte si incoraggiano le pornografie aggressive, si promuovono informazioni sul sesso da una sera e sull’importanza di non perdere le occasioni per conoscere sconosciuti.

 

Seduzione, prevenzione e salute

Possiamo pensare che atteggiamenti sessuali così opposti tra loro siano il simbolo di una relazione corpo-mente tutta da conoscere e guardare alla luce di una società in cui la tecnologia, la pubblicità, le aziende, i centri benessere, rinforzando una disconnessione pensare-sentire già in atto, seducono parlando ora all’idealismo astratto ora al corpo mercificato. Anche nel settore della salute e del cosiddetto benessere si passa da promesse fondate su una logica efficienza salutista, medicalizzata, organizzata, purificata, coscientizzata, accurata nella scelta dei cibi, ad un laissez-faire che alletta sollecitando pulsioni relative a cibo, viaggi, successo e presunte libertà di fare tutto ciò che sentiamo. Rimane da comprendere cosa sentiamo quando corpo e mente agiscono riducendo le loro interconnessioni, quando il sentire si identifica con le pulsioni o con un sentire logico elaborato dal cervello. Reich parlò di masse sedotte, la cui libido e la cui forza vitale venivano dirottate su esplosioni senza progettazione o senza consapevolezza dei bisogni corporei: si rinunciava al corpo per andare in guerra e seguire un ideale, si acclamavano figure ideali che negavano il sostentamento economico salariale quotidiano; al contempo anche le masse seducevano i propri oppressori delegando loro il potere e la responsabilità di cambiamento. Si trattava di seduzioni senza relazioni, di giochi di delega e repressione dove il desiderio delle masse veniva manipolato e la figura dei potenti veniva trasfigurata da misticismi di onnipotenza.

La seduzione in assenza di relazioni vitali e desideranti è un altro dei nodi reichiani che ci pare importante utilizzare per la lettura di un tempo presente dove noi siamo sedotti continuamente da prodotti, programmi, lavori, sapere, comunicazioni, all’interno delle quali, la seduzione è anche ciò che eclissa il desiderio, ciò che lo fa apparire e scomparire[6].

 

Il tempo vietato e il tempo rubato

Attualmente la strategia dell’efficacia razionale e organizzata risponde al principio di economia secondo il quale bisogna risparmiare tempo, conseguire il risultato massimo con il dispendio minimo di energia, tempo e forza lavoro.

Oggi si studiano i processi neurochimici all’origine della possibilità di non dormire degli uccelli zonotrichia a collobianco (Cray, 2015); se le ricerche andassero a buon fine, l’essere umano potrebbe essere sempre sveglio: può così abitare negozi e supermercati, aperti anche la notte, usare email o whatsapp a qualunque ora. Negli anni del primo novecento tutto questo non era pensabile: desideri, sentire, pulsioni venivano educati a stare dentro una corazza, il tempo della rinuncia e della repressione costringevano i corpi a creare strutture di contenimento in grado di rimandare, posticipare, mettere da parte ciò che si desiderava. Il tempo dell’attesa faceva sì che corpi e identità si corazzassero di pelle e muscoli rigidi rispetto a un fuori che segnava il confine dell’adesso no. Di quegli anni Reich riporta le repressioni e le costrizioni inflitte ai corpi nevrotici, ricchi di desideri e pulsioni contenute a forza. L’individuo incontrava dei confini, geografici, di durata del tempo, di impossibilità, rispetto ai quali elaborava i propri confini, le proprie rigidità che erano anche la specifica forma di quel corpo.

Al momento attuale, i confini temporali sono quelli da fagocitare, bisogna far presto a dimenticare il passato, bisogna essere bravi a non pensare al futuro; le comunicazioni sociali sono centrate su una imprenditoria del presente da costruire adesso. Al contempo ci convinciamo del fatto che al di là di quello che siamo stati, possiamo essere tutto ciò che vogliamo e che, al di là dei nostri progetti futuri, dobbiamo essere ciò che ci chiedono di essere.

Rispetto ai temi trattati ci importa sottolineare che, se assumiamo il paradigma reichiano di una corrispondenza tra società e individui, alla repressione del desiderio dei primi anni del ‘900 si è sostituita la disincarnazione espropriante del desiderio stesso: si desidera ciò che ci dicono di desiderare, si accantona prima il proprio desiderio e poi la capacità stessa di sentire il proprio desiderio, per finire con il desiderare il desiderio del desiderio e accettare i suggerimenti della pubblicità.

Attualmente il nodo di confronto per le analisi del pensiero post-reichiano (Ferri, 2012) è legato alla possibile formazione di strutture psicocorporee le cui fondamenta risentono di una società così veloce da non avere forma.


[1] Questo articolo è una elaborazione tratta dal testo Sessuoeconomia. Uno sguardo contemporaneo al pensiero di Wilhelm Reich, in corso di stampa per le edizioni Villaggio Maori, Catania. Autrice Antonella Messina.

[2] Si veda Bracci Testasecca, A. (trad. 2010), Capitalismo e pulsione di morte. La Lepre edizioni.

Gilles Dostaler, storico dell’economia, e Bernard Maris, economista assassinato durante l’attentato alla sede di Charlie Hebdo, sono sicuri di poter asserire che “lo spirito del capitalismo è pervaso da un senso di morte”.

[3] Il termine alessitimia è stato introdotto agli inizi degli anni settanta da John Nemian e Peter Sifneos (1976) per definire un insieme di caratteristiche di personalità riscontrabili in persone che, adattate nella società, manifestano esplosioni di collera o di pianto incontrollato e che, se interrogati sui motivi di queste manifestazioni, sono incapaci di dare spiegazioni.

[4] L’intervento di C. Bollas è riportato in Massimo Recalcati (http://www.psychiatryonline.it/node/5795), Alessitimia, Dolore senza lacrime, 26 Agosto 2015.

[5] Social network all’interno del quale è possibile pubblicare storie d’amore nelle quali si promuove un romanticismo asessuato e in cui solo alla fine del libro sopraggiunge il primo rapporto sessuale fantasticato e mistificato.

[6] D. Molho, R. Furci, M. Marzotto, S. Sandri, Il calo del desiderio: sindrome della società contemporanea industrializzata. Divisione di Urologia – Unità Spinale, presidio di Magenta – A.O. di Legnano (http://www.psicoterapeuta-psicologo.it/) 19 Aprile 2016.

 

Bibliografia
  • Bollas C. (2001), L’ombra dell’oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato. Roma: Borla Edizioni.
  • Crary, J. (2015), Il capitalismo all’assalto del sonno. Torino: Einaudi ed..
  • Dostaler, G., Maris B. (2009), Capitalismo e pulsione di morte, trad. A. Bracci Testasecca, Roma: La lepre edizioni.
  • Ferri G., Cimini G. (2012), Psicopatologia e carattere. L’analisi reichiana. La psicoanalisi nel corpo ed il corpo in psicoanalisi. Milano: Edizioni Alpes.
  • Mbembe, A. (2013), Critica della ragione nera. Saggio sul razzismo contemporaneo. Roma:Ned Ediciones, 2016.
  • Molho, D., Furci, R., Marzotto, M., Sandri, S. (Aprile 2016), Il calo del desiderio: sindrome della società contemporanea industrializzata, Divisione di Urologia – Unità Spinale, presidio di Magenta – A.O. di Legnano in www.psicoterapeuta-psicologo.it.
  • Reich, W.(1953), L’assassinio di Cristo. Milano: Sugarco edizioni. 1994.
  • Crary, J (2015), Il capitalismo all’assalto del sonno. Torino: Einaudi ed.
* Psicologa clinica ad orientamento reichino, formatrice.

Articolo pubblicato in  Psicoterapia analitica reichiana . N 1, 2017. Rivista semestrale di Società Italiana Analisi Reichiana Copyright © 2012-2017. All Rights Reserved.

Alcuni disagi provengono dal ritmo di vita. Le sofferenze urbane.

i ritmi di vita contemporanei ci chiedono di essere attivi sfidando le soglie della stanchezza. Che effetti ha questo stile sul nostro corpo e sul nostro equilibrio?

Dal 2012 la collaborazione tra la dott.ssa Loredana Sucato e la dott.ssa Antonella Messina ha prodotto uno studio sulle connessioni tra ritmi di vita e consapevolezza di sé.

Le ricerche fin qui condotte sulla sofferenza urbana, ci spingono ad ipotizzare che se negli esseri viventi esiste un’intelligenza incarnata, essa concorre alla risoluzione delle problematiche e dei bisogni insorti. Sembra però che nel mondo contemporaneo storico, osservato solo nell’ottica del presente, essa prenda le forme o sia stata sostituita da un’intelligenza difficile da comprendere poiché le forme  umane dello spazio e del tempo sono alterate da media, social network, app e simulazioni che consentono vite virtuali.

Gli snodi tematici del progetto

L’andare di corsa, il non avere tempo, il rincorrere il tempo, sono stati individuati come fattori storico sociali incarnati. Le ansie ed i disagi legati al non avere tempo si stanno diffondendo e presentando nelle nostre vite con così tanta frequenza e prepotenza da potere essere considerate in un disturbo sociale, connaturato nell’attuale natura delle cose,  trasversale all’interno di età, fasce sociali e generi. L’ipotesi è che la percezione quotidiana di non avere tempo riguardi tutti e tutte e scaturisca dalla necessità di stare al passo con lo sviluppo ipertrofico e battente della società contemporanea.

Continua a leggere “Alcuni disagi provengono dal ritmo di vita. Le sofferenze urbane.”

WILHELM REICH E IL SECOLO ATTUALE1

Antonella Messina*

 

Wilhelm Reich visse e scrisse nella prima metà del novecento; oltre ad essere uno psichiatra, egli fu un osservatore vivace e critico di società del ‘900 segnate dalla nascita dei totalitarismi e dal loro diffondersi. I pazienti e le masse apparvero ai suoi occhi inspiegabilmente abitati dall’infelicità: i pazienti erano sofferenti e segnati da blocchi corporei che ne impedivano la vitalità, le masse acclamavano chi ignorava e violava i loro diritti. Dal punto di vista della vita, ciò era un fenomeno da indagare: perché un corpo irrigidiva alcune proprie parti e impediva a se stesso di godere della respirazione o del movimento fluido? Perché le masse sceglievano di rinunciare ai propri diritti, alle proprie famiglie, alla propria serenità per andare in guerra? La ricerca filosofica, psicologica, politica di Reich fu avviata nel tentativo di esplorare i processi che portavano l’individuo alla costipazione dei bisogni vitali; la speranza fu di potere poi individuare le vie di liberazione. Reich rintracciò nella repressione sessuale il canale tramite cui la società del tempo instaurava nelle persone un’abitudine incarnata alla rinuncia; negli anni egli portò avanti una ricerca che teneva conto di come la condizione socio-economica e le relative prassi relazionali, partecipavano ai processi di creazione della struttura psico-corporea del singolo.

Nel dare una lettura della società contemporanea intendiamo prendere da Reich l’intenzione di leggere i nessi che intercorrono tra clima socio-economico e struttura caratteriale del singolo. Oggi il clima sociale ed economico è mutato: al dovere della rinuncia è sopraggiunto il dovere del desiderare. Reich aveva osservato una società all’interno della quale i desideri dovevano essere contenuti, repressi e schiacciati. Oggi interagiamo all’interno di una società dove desiderare è un dovere. La repressione sociale che Reich aveva individuato tra le cause dei blocchi corporei ha lasciato il posto ad una comunità all’interno della quale tutto deve essere possibile. I confini dati dalle leggi e dai ruoli hanno lasciato il posto a regole discrezionali.

Date queste differenze storiche, intendiamo interrogarci sugli effetti che l’attuale struttura socio-economica, centrata sull’economia dell’usa e getta, sull’ubiquità tecnologica e sulla logica temporale dell’istantaneo, genera sulla struttura psico-corporea. Del paradigma reichiano intendiamo assumere la ricerca del come sia possibile che l’individuo possa vivere mettendo a tacere la propria vitalità, sviluppando forme corporee che lo limitano nella esplicazione delle forme vitali della presenza, del respiro, della consapevolezza, della relazione.

Diciamo ciò nell’intento di attualizzare una lettura reichiana, interrogandoci su cosa accade nell’unità corpo mente dell’individuo contemporaneo, intento a desiderare, consumare, essere prestante e performativo.

 

Corpo e struttura socioeconomica

Reich pose la questione del rintracciare i movimenti primari e vitali dell’organismo; essi erano per lui la verità: “La verità non è qualcosa per cui sia necessario affaticarsi. Non ci si sforza per far battere il proprio cuore o per muovere le gambe, quindi per lo stesso motivo non è necessario nessuno sforzo o nessuna ricerca per trovare la verità. La verità è in noi e lavora in noi proprio come il cuore o gli occhi, bene o male, a seconda delle condizioni del nostro organismo” (Reich, 1953, p.241). In questa evidenza delle funzioni corporee risiede la verità di Reich e razionale diventa per lui ciò che è secondo la vita. Il tema e i criteri di valutazione reichiani possono essere applicati anche al mondo contemporaneo e possono ancora interrogarci sulle relazioni che intercorrono tra stili di vita contemporanei e razionalità vitale reichianamente intesa.

 

Economia, lavoro e vitalità

Riguardo all’economia, il connubio vitalità e sviluppo è un tema presente in pensatori (alcuni dei quali legati al pensiero della decrescita economica come Serge Latouche) che si stanno interrogando sui rischi di un’economia che produce a ritmi così veloci da consumare se stessa.

Anche sociologia e psicologia stanno valutando modalità e processi autodistruttivi che l’essere umano contemporaneo mette in atto con il proprio lavorare e produrre a ritmi così accelerati da essere sfinito e privato della propria vitalità. Le varie scienze sono concordi sui fatti: i numerosi casi di suicidi sul posto di lavoro, le depressioni frequenti che seguono ad un licenziamento o a ritmi di lavoro sfiancanti, l’incremento di povertà esasperate.

L’attuale clima economico sembrerebbe non lavorare per lo sviluppo della razionalità descritta da Reich: l’essere umano ha dunque per un verso prodotto e per l’altro verso condiviso e co-costruito un’economia tendente a porre in secondo piano lo spirito vitale dell’essere umano[2].

Tornano in mente i concetti di necroeconomia e necropolitica, dello storico camerunense Achille Mbembe, docente all’Università sudafricana di Johannesburg, la cui tesi di fondo è che in questo momento storico la distinzione tra l’essere umano e la merce, tende a sparire e a essere cancellata, senza che nessuno – neri, bianchi, donne, uomini – ne possa sfuggire, poiché una delle forme di violenza del capitalismo contemporaneo consiste nel brutalizzare i nervi (Mbembe, 2016) stremando l’essere umano-consumatore e rendendo invisibile una popolazione di poveri che non possono consumare.

Tornando a Reich, sembrerebbe quindi che la necessità di trattare i temi di un’economia che produce strutture socio-economiche distruttive permane ancora oggi, seppur con forme e manifestazioni psichiche mutate negli anni.

 

Deleghe ed esplosioni delle masse

Gli individui del primo novecento coinvolti nei nazionalismi apparivano repressi e costretti, coinvolti in esplosioni e acclamazioni di leader che accendevano vitalismi nascosti e soffocati, senza davvero risolvere le questioni vitali. L’uomo e la donna di quei tempi avevano trovato nella delega e nell’acclamazione dei nazionalismi un modo, un come, per mettere insieme l’abitudine al soffocamento della libido e la liberazione di pulsioni: le masse chiedevano il cambiamento ed esplodevano in manifestazioni accaldate, senza assumere su di loro i processi di trasformazione del reale. Rimane da vedere in che modo l’uomo e la donna contemporanei hanno elaborato e costruito il proprio equilibrio muovendosi tra desiderio, espressione delle pulsioni e anelito al cambiamento. Christopher Bollas, psicoanalista statunitense, teorizza l’ipotesi di un compromesso contemporaneo raggiunto tra vita e morte, tramite la creazione di personalità normotiche, ovvero di individui che pur essendo profondamente infelici si rifugiano dentro una vita adattata, apparentemente normale. Questi quadri, a suo parere, non sono affatto lontani da quello che in linguaggi più specifici possono essere definiti alessitimia (letteralmente l’impossibilità di dare parola alle emozioni)[3]. L’individuo contemporaneo potrebbe quindi avere accettato il compromesso di adattarsi al principio collettivo di prestazione che, proprio in quanto tale, “esclude di per sé la vita emotiva, il sogno, l’immaginazione, lo slancio, tendenzialmente sempre in perdita secca, del desiderio. Del resto – aggiunge Bollas – avvertire la spinta del desiderio ci espone fatalmente al rischio dello smarrimento. Meglio, allora, mantenersi separati dalla sua forza, escluderla, meglio diventare una macchina efficiente priva di emozioni”[4].

Nel momento in cui intendiamo scrutare i nessi tra l’individuo così inteso e la società, anche il concetto di clinica e di patologia fanno i conti con quello che è il processo del pensare-sentire dentro una società che ha messo in piedi uno stile relazionale alessitimico diffuso e replicante, ovvero potremmo chiederci se dietro questa apparentemente nuova etichetta clinica non dovremmo allora leggere una tendenza che non investe solo la vita individuale ma anche quella collettiva.

 

Sessualità, pensare e sentire

In termini reichiani la questione si pone in merito alle connessioni tra il sentire e il pensare, tra il corpo e la mente, aprendo gli scenari ad una ricerca che possa accompagnare l’essere umano in una consapevolezza del proprio essere mente e corpo. Così, seppur mutati i tempi, i nodi tematici reichiani rimangono attuali: una struttura socio-economica interagisce con individui che desiderano senza sentire il desiderio, senza ricercare la felicità, delegando ad un altro (un consumismo usa e getta) il soddisfacimento di voglie.

In questa ottica anche il desiderio sessuale diviene un desiderio da consumare, una merce di scambio lontana dal mondo emotivo-corporeo.

Il tema dell’orgasmo e della funzione della libido fu caro a Reich: si trattava per lui di uscire fuori dalla pornografia di corpi repressi per entrare nella pratica di relazione profonda, di scambio e di abbandono all’altro. Reich sostenne che eiaculazione e orgasmo non corrispondevano: la prima era possibile anche in presenza di blocchi corporei e coinvolgeva solo i genitali, mentre l’orgasmo era possibile per corpi capaci di abbandonarsi del tutto alla relazione con l’altro e alle contrazioni muscolari, presenti su tutto il corpo. I temi della sessualità e della differenza tra orgasmo ed eiaculazione, incontrano i temi attuali della relazione e della sessualità in un clima sociale caratterizzato dalla disconnessione tra pensare e sentire. Da una parte assistiamo al diffondersi di storie d’amore incorporee che si sviluppano sui social e nei romanzi rosa su community e Wattpad[5]; dall’altra parte si incoraggiano le pornografie aggressive, si promuovono informazioni sul sesso da una sera e sull’importanza di non perdere le occasioni per conoscere sconosciuti.

 

Seduzione, prevenzione e salute

Possiamo pensare che atteggiamenti sessuali così opposti tra loro siano il simbolo di una relazione corpo-mente tutta da conoscere e guardare alla luce di una società in cui la tecnologia, la pubblicità, le aziende, i centri benessere, rinforzando una disconnessione pensare-sentire già in atto, seducono parlando ora all’idealismo astratto ora al corpo mercificato. Anche nel settore della salute e del cosiddetto benessere si passa da promesse fondate su una logica efficienza salutista, medicalizzata, organizzata, purificata, coscientizzata, accurata nella scelta dei cibi, ad un laissez-faire che alletta sollecitando pulsioni relative a cibo, viaggi, successo e presunte libertà di fare tutto ciò che sentiamo. Rimane da comprendere cosa sentiamo quando corpo e mente agiscono riducendo le loro interconnessioni, quando il sentire si identifica con le pulsioni o con un sentire logico elaborato dal cervello. Reich parlò di masse sedotte, la cui libido e la cui forza vitale venivano dirottate su esplosioni senza progettazione o senza consapevolezza dei bisogni corporei: si rinunciava al corpo per andare in guerra e seguire un ideale, si acclamavano figure ideali che negavano il sostentamento economico salariale quotidiano; al contempo anche le masse seducevano i propri oppressori delegando loro il potere e la responsabilità di cambiamento. Si trattava di seduzioni senza relazioni, di giochi di delega e repressione dove il desiderio delle masse veniva manipolato e la figura dei potenti veniva trasfigurata da misticismi di onnipotenza.

La seduzione in assenza di relazioni vitali e desideranti è un altro dei nodi reichiani che ci pare importante utilizzare per la lettura di un tempo presente dove noi siamo sedotti continuamente da prodotti, programmi, lavori, sapere, comunicazioni, all’interno delle quali, la seduzione è anche ciò che eclissa il desiderio, ciò che lo fa apparire e scomparire[6].

 

Il tempo vietato e il tempo rubato

Attualmente la strategia dell’efficacia razionale e organizzata risponde al principio di economia secondo il quale bisogna risparmiare tempo, conseguire il risultato massimo con il dispendio minimo di energia, tempo e forza lavoro.

Oggi si studiano i processi neurochimici all’origine della possibilità di non dormire degli uccelli zonotrichia a collobianco (Cray, 2015); se le ricerche andassero a buon fine, l’essere umano potrebbe essere sempre sveglio: può così abitare negozi e supermercati, aperti anche la notte, usare email o whatsapp a qualunque ora. Negli anni del primo novecento tutto questo non era pensabile: desideri, sentire, pulsioni venivano educati a stare dentro una corazza, il tempo della rinuncia e della repressione costringevano i corpi a creare strutture di contenimento in grado di rimandare, posticipare, mettere da parte ciò che si desiderava. Il tempo dell’attesa faceva sì che corpi e identità si corazzassero di pelle e muscoli rigidi rispetto a un fuori che segnava il confine dell’adesso no. Di quegli anni Reich riporta le repressioni e le costrizioni inflitte ai corpi nevrotici, ricchi di desideri e pulsioni contenute a forza. L’individuo incontrava dei confini, geografici, di durata del tempo, di impossibilità, rispetto ai quali elaborava i propri confini, le proprie rigidità che erano anche la specifica forma di quel corpo.

Al momento attuale, i confini temporali sono quelli da fagocitare, bisogna far presto a dimenticare il passato, bisogna essere bravi a non pensare al futuro; le comunicazioni sociali sono centrate su una imprenditoria del presente da costruire adesso. Al contempo ci convinciamo del fatto che al di là di quello che siamo stati, possiamo essere tutto ciò che vogliamo e che, al di là dei nostri progetti futuri, dobbiamo essere ciò che ci chiedono di essere.

Rispetto ai temi trattati ci importa sottolineare che, se assumiamo il paradigma reichiano di una corrispondenza tra società e individui, alla repressione del desiderio dei primi anni del ‘900 si è sostituita la disincarnazione espropriante del desiderio stesso: si desidera ciò che ci dicono di desiderare, si accantona prima il proprio desiderio e poi la capacità stessa di sentire il proprio desiderio, per finire con il desiderare il desiderio del desiderio e accettare i suggerimenti della pubblicità.

Attualmente il nodo di confronto per le analisi del pensiero post-reichiano (Ferri, 2012) è legato alla possibile formazione di strutture psicocorporee le cui fondamenta risentono di una società così veloce da non avere forma.


[1] Questo articolo è una elaborazione tratta dal testo Sessuoeconomia. Uno sguardo contemporaneo al pensiero di Wilhelm Reich, in corso di stampa per le edizioni Villaggio Maori, Catania. Autrice Antonella Messina.

[2] Si veda Bracci Testasecca, A. (trad. 2010), Capitalismo e pulsione di morte. La Lepre edizioni.

Gilles Dostaler, storico dell’economia, e Bernard Maris, economista assassinato durante l’attentato alla sede di Charlie Hebdo, sono sicuri di poter asserire che “lo spirito del capitalismo è pervaso da un senso di morte”.

[3] Il termine alessitimia è stato introdotto agli inizi degli anni settanta da John Nemian e Peter Sifneos (1976) per definire un insieme di caratteristiche di personalità riscontrabili in persone che, adattate nella società, manifestano esplosioni di collera o di pianto incontrollato e che, se interrogati sui motivi di queste manifestazioni, sono incapaci di dare spiegazioni.

[4] L’intervento di C. Bollas è riportato in Massimo Recalcati (http://www.psychiatryonline.it/node/5795), Alessitimia, Dolore senza lacrime, 26 Agosto 2015.

[5] Social network all’interno del quale è possibile pubblicare storie d’amore nelle quali si promuove un romanticismo asessuato e in cui solo alla fine del libro sopraggiunge il primo rapporto sessuale fantasticato e mistificato.

[6] D. Molho, R. Furci, M. Marzotto, S. Sandri, Il calo del desiderio: sindrome della società contemporanea industrializzata. Divisione di Urologia – Unità Spinale, presidio di Magenta – A.O. di Legnano (http://www.psicoterapeuta-psicologo.it/) 19 Aprile 2016.

 

Bibliografia
  • Bollas C. (2001), L’ombra dell’oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato. Roma: Borla Edizioni.
  • Crary, J. (2015), Il capitalismo all’assalto del sonno. Torino: Einaudi ed..
  • Dostaler, G., Maris B. (2009), Capitalismo e pulsione di morte, trad. A. Bracci Testasecca, Roma: La lepre edizioni.
  • Ferri G., Cimini G. (2012), Psicopatologia e carattere. L’analisi reichiana. La psicoanalisi nel corpo ed il corpo in psicoanalisi. Milano: Edizioni Alpes.
  • Mbembe, A. (2013), Critica della ragione nera. Saggio sul razzismo contemporaneo. Roma:Ned Ediciones, 2016.
  • Molho, D., Furci, R., Marzotto, M., Sandri, S. (Aprile 2016), Il calo del desiderio: sindrome della società contemporanea industrializzata, Divisione di Urologia – Unità Spinale, presidio di Magenta – A.O. di Legnano in www.psicoterapeuta-psicologo.it.
  • Reich, W.(1953), L’assassinio di Cristo. Milano: Sugarco edizioni. 1994.
  • Crary, J (2015), Il capitalismo all’assalto del sonno. Torino: Einaudi ed.
* Psicologa Clinica. L’articolo è stato pubblicato nella rivista semestrale edita da S.I.A.R. (Società Italiana Analisi Reichiana), n1 2017